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Il sito della scrittrice Anna Maria Funari

Mercoledì, Novembre 22, 2017

Un Natale speciale (1986)

piazza navona

Era la vigilia di Natale e Marco girovagava per le vie della sua Roma, affollata più del solito; la gente si affannava nelle classiche compere dell’ultimo minuto e tutti sembravano impazziti.
Si soffermò per un momento davanti ad un negozio di alimentari; nella vetrina, in bella vista, c’erano dolci di tutte le varietà e piatti natalizi provenienti da ogni angolo d’Italia.
Marco li osservò e si rese conto che di alcune di quelle delicatezze non conosceva neppure il sapore.
Per lui il giorno di Natale era come qualsiasi altro, un giorno in cui, al pari degli altri 364, aveva qualche difficoltà a procurarsi un pezzo di pane. E dire che per tanta gente, Natale era solo un’occasione unica per mangiare ben oltre il necessario e per togliersi magari un costosissimo “sfizio”.

Tornò a passeggiare lungo le vie del centro, che sempre di più somigliavano a un immenso mare che ondeggiava, sospinto dalla corrente umana. Di tanto in tanto riusciva a fermarsi un attimo davanti ad una vetrina e a osservare la gente.
Si dice che il Natale rende buoni e generosi, ed è pur vero che proprio in questi periodi di festa diventa lecito concedersi qualche piccola trasgressione, ma quel che Marco vedeva era soltanto una stupida gara di acquisti, un enorme spreco e l’esagerata voglia di abbondanza di cose inutili.
Nei pressi di Piazza Navona, ormai vestita a festa da molti giorni, si sedette sui gradini di un portone per ascoltare un gruppo di musicisti sudamericani e il pensiero si concentrò su alcune riflessioni. La vita era piuttosto avara nei suoi confronti: si era laureato da più di quattro anni e nonostante la votazione buona, la preparazione e la serietà, non era ancora riuscito a sistemarsi definitivamente con il lavoro. Era uno dei tanti disoccupati che ingrossavano le liste di collocamento e aveva fatto concorsi a non finire; il risultato era sempre lo stesso... I suoi erano pensionati e Marco, dopo la laurea, aveva fatto una scelta coraggiosa decidendo che era arrivato il momento di contare solo sulle sue forze. Aveva perciò trovato una casetta in affitto, una vera occasione nel cuore di Trastevere, riuscendo a vivere in maniera decorosa con delle lezioni private e qualche lavoro saltuario.
Ed era arrivato anche questo Natale che, in ogni caso, portava tante preoccupazioni che si aggiungevano ai mille problemi quotidiani. Marco però non se la prendeva più di tanto; non teneva particolarmente al pranzo di Natale e ai regali sotto l’albero e, tutto sommato, si considerava fortunato già solo per il fatto di avere vicino una ragazza che la pensava più o meno come lui. Nonostante ciò, gli sarebbe piaciuto poterle offrire qualcosa di più, farla sentire più importante di quanto gli riuscisse normalmente e, pur essendo convinto che i soldi non rendessero felici, qualche volta pensava che fossero comunque un bell’aiuto, specie in certe occasioni.
Con un sospiro, si alzò e si rituffò nel mare di gente che riempiva la piazza, così bella ed irriconoscibile, un magico mondo di favola illuminato da mille luci colorate e con l’aria riempita dalle musiche natalizie suonate dagli zampognari. Le persone erano talmente tante che a Marco pareva di trovarsi in un formicaio; camminò pian piano, osservando attentamente le bancarelle con gli occhi trasognati di un bambino e annusando l’aria, impregnata dall’odore di croccante e zucchero filato. Infilò le mani nelle tasche alla ricerca di qualche soldo per soddisfare quel piccolo peccato di gola ispiratogli dai ricordi dell’infanzia, ma trovò solo il nulla. Alzò le spalle e continuò il suo giro; si fermò davanti alle decorazioni per gli abeti, incantato dal riflettersi delle luci di mille lampadine colorate su un nastro d’argento e si lasciò trasportare di nuovo indietro nel tempo, nella casa dove aveva vissuto da bambino, all’immagine di suo padre che aiutava lui e sua sorella Silvia a preparare il presepe, a modellare le montagne di cartapesta e a completare il tutto con le statuine e un’abbondante nevicata di farina. Ripensò alla trepidazione con cui si aspettava la mezzanotte per mettere Gesù Bambino al suo posto, nella grotta, e all’emozione che accompagnava la rituale e pur sempre nuova esperienza di scartare i regali. La spinta di un bambino lo fece tornare alla realtà.
- Scusa! - esclamò il piccolo, fissandolo con i suoi grandi e profondi occhi azzurri - Non ti avevo visto! Ne vuoi? - chiese poi, porgendogli lo zucchero filato che aveva in mano e che somigliava a una enorme nuvola di cotone. Marco fece cenno di no, anche se qualche secondo prima lo avrebbe comprato, e non riusciva a smettere di fissare gli occhi di quel bambino. Avevano qualcosa di magnetico e Marco si sentì attratto da un che di misterioso e di grande di cui tuttavia non capiva la natura.
- Come ti chiami? - gli chiese allora senza distogliere lo sguardo.
- Emanuele! - rispose il piccolo, con un tono profondo e con un sorriso che gli illuminò il viso colorito.
- Non dovresti essere a casa, come tutti gli altri bambini della tua età? - continuò Marco, portandolo da una parte, lontano dalla confusione - Ti sei perso?
- Il mondo è la mia casa! E porto la felicità a chi è triste! Come te, che stasera ti dispiaci per non avere niente da offrire a Giulia....
- Che ne sai? - lo interruppe Marco, sentendo nominare la sua ragazza.
- .... lei ora è a casa che ti aspetta. - continuò il bimbo glissando la domanda - Vai da lei e abbi fiducia: vedrai che presto ogni cosa si risolverà! Ciao!- quindi si allontanò di corsa, ridendo e salutandolo con la mano.
- Ma... - cercò di fermarlo, senza riuscirci - Come diavolo fa’ a sapere tutte queste cose? - mormorò fra sé e sé, stupito - E’ solo un mocciosetto di qualche anno e non l’ho mai visto prima… bah!
Tentò di allontanare dalla mente ciò che era appena accaduto e continuò a bighellonare nella piazza, osservando ogni cosa; da una parte c’erano dei ragazzi che col filo di rame fabbricavano bracciali, scrivendo i nomi delle persone.
- Mi piacerebbe portarne uno a Giulia. - pensò Marco. Mise istintivamente una mano in tasca , pur sapendo di averle completamente vuote. Invece sentì un pezzetto di carta: erano giusto cinque euro, il prezzo del bracciale - Eppure potrei giurare che non li avevo prima! - commentò mentalmente, rimanendo sconcertato dai pensieri che gli si facevano strada nella testa. Li scacciò scuotendo lievemente la testa, si fece preparare il bracciale, pagò e se ne andò infilando nella tasca del giubbotto quel piccolo tesoro.
Continuò a camminare, col cuore in festa, mentre la piazza si riempiva sempre di più. Gli si avvicinò un mendicante che gli chiese qualche spicciolo, ma Marco alzò le spalle facendo cenno di non avere niente, quasi pentendosi dell’acquisto fatto poc’anzi.
- Se non avessi speso quei soldi, quest’uomo avrebbe potuto comprarsi un pezzo di pane. - pensò Marco.
Poi rimuginò su quella specie di piccolo miracolo di poco prima e, senza troppa convinzione, infilò nuovamente le mani in tasca: era accaduto di nuovo! Alcune monete e il barbone, quel giorno, ebbe di che sfamarsi. Marco era sbigottito, camminava e si arrovellava il cervello alla ricerca di una giustificazione razionale a tutto questo. Come in trance salì su per le scale dell’antica chiesa di S. Agnese; senza un motivo preciso entrò, bagnò le dita nell’acqua benedetta per segnarsi e sedette in uno degli ultimi banchi. Osservava con attenzione tutto ciò che lo circondava: la luce soffusa che illuminava l’altare, i chierici che andavano predisponendo per la Messa, l’odore dell’incenso che cominciava a bruciare... appoggiò i gomiti sulle ginocchia e, nel silenzio, la mente ritornò allo strano incontro con Emanuele. Più ci pensava, più si diceva che non c’era nulla di logico in quello che era accaduto; come poteva essere che quel bambino sapesse tutte quelle cose di lui e Giulia, delle loro difficoltà... perfino dello zucchero filato di cui aveva avuto voglia? E quei soldi trovati in tasca, da dove venivano? Marco era strasicuro di non averne, quando era uscito.
- Che fosse un ladruncolo? - pensò, frugandosi nuovamente nelle tasche, senza però trovare niente. Non riusciva proprio a spiegarsi quello strano fenomeno; non credeva assolutamente ai miracoli e, a pensarci bene, non sapeva neanche perché fosse entrato in una chiesa.
- Da quanto tempo ti sei dimenticato di Lui? - mormorò una voce alle sue spalle.
Marco si voltò di scatto e i suoi occhi incrociarono quelli azzurri di un ragazzo dallo sguardo di fanciullo.
- Emanuele?! - chiese sorpreso, sottovoce, fissandolo.
- Vedo che ti ricordi di me. - esclamò piano il ragazzo, sorridendo e sedendogli a fianco - E’ passato tanto tempo e sono felice di vedere che, tuttavia, non mi hai dimenticato!
- Tanto tempo? - domandò Marco, sorpreso - Ti ho incontrato mezz’ora fa... ti ho visto bambino e ora ti ritrovo uomo... che razza di...
- Appunto! - lo interruppe l’interlocutore - Deve essere per forza passato tanto tempo, no?! Non è logico quello che stai dicendo. - continuò, in tono bassissimo e pacato - Come può essere che, in mezz’ora, io mi sia trasformato in una persona della tua età?
- Io sto diventando pazzo! - rispose Marco, cominciando ad avvertire quello che credeva essere un senso di paura e passandosi una mano sulla fronte.
- Sei solo stanco. Va’ a casa, va’ da Giulia e portale il tuo regalo. Ne sarà felice! - lo rassicurò l’altro, battendogli una mano sulla spalla - Vedrai che ci rivedremo presto!
Marco, sconcertato e intimorito, chiuse per un attimo gli occhi cercando di riordinare il turbinio di pensieri che gli giravano per la testa, e quando li riaprì... il suo amico era di nuovo sparito. Nella testa continuava a risuonare quell’interrogativo: “Da quanto tempo ti sei dimenticato di Lui?” e si rese conto che stava facendosi proprio quella domanda quando Emanuele lo aveva tradotto in parole altisonanti.
- Chi sarà mai? - si chiese, ma per quanto si lambiccasse il cervello, non riusciva proprio a trovare una spiegazione razionale a quanto era accaduto. Più per timore che per convincimento, si persuase che fosse solo il pessimo scherzo di qualche amico buontempone che aveva organizzato tutta quella messa in scena - Si, deve essere andata proprio così!
Contento di essersi messo quasi l’anima in pace su quel mistero, continuò la sua passeggiata, infilandosi nei vicoli più nascosti della sua cara e vecchia Roma, arrivando a Piazza Argentina; uno strano buonumore lo accompagnava mentre si faceva sempre più distante il pensiero di quell’insolito incontro. Quel che non riusciva tuttavia a fare era cancellare dalla mente quella domanda. Continuò a camminare verso Viale Trastevere. Su ponte Garibaldi si fermò, si appoggiò al parapetto metallico, fissò le torbide acque del Tevere che, gonfio per le piogge degli ultimi giorni, scorrevano impetuose, trascinando nella loro corsa l’erba e il fango degli argini. Ancora una volta si scoprì a riflettere su quel quesito che, con la sua insistente e martellante presenza, esigeva una risposta.
- Non ho mai incontrato di persona Dio, quindi non esiste. - si disse Marco - La vita è governata dagli uomini e loro soltanto possono crearla e distruggerla. Non ce ne sono, di storie. – In quel mentre, la sua attenzione fu attirata da un vocìo agitato proveniente da sotto il ponte. Marco si avvicinò alle scale.
- Cos’è successo? - chiese a un tizio che risaliva in fretta.
- Un incidente! - fu la risposta - Un uomo è scivolato sul fango dell’argine, è stato travolto dalla corrente ed è un miracolo che non sia annegato!
- Sono un medico. - si qualificò Marco - Posso esservi d’aiuto! - e si precipitò lungo i gradini, seguendo il tizio di prima, che gli faceva strada.
- Ti prego, ti prego, aiutami! - fu la sua disperata, silenziosa preghiera, mentre soccorreva il malcapitato.
In fretta, lo spostò dall’argine, gli sbottonò il collo della camicia e gli pulì il viso dal fango. Osservò a lungo il volto di quell’uomo: poteva avere circa cinquant’anni, i capelli e la barba erano brizzolati, mentre il viso olivastro e i lineamenti tradivano un’origine non italiana.
- Dai, puoi farcela! - mormorò - Dio, se veramente esisti... aiutami!!! - pensò ancora una volta, senza interrompere neppure per un attimo il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. Continuò, con regolarità e costanza, fino a quando, finalmente, tastando il polso dell’uomo, sentì che il cuore, se pur debolmente, aveva ripreso un ritmo regolare e il poveretto, una volta ripresosi, fu accompagnato all’ospedale più vicino da due vigili urbani.
Marco rimase per alcuni attimi ancora inginocchiato sull’argine umido del fiume, a occhi chiusi, assaporando la soddisfazione di essere stato utile a qualcuno. L’indefinibile contentezza di aver salvato una vita lo convinse che, quel giorno, si era fatto un bellissimo regalo di Natale.
Una mano che gli si appoggiò su una spalla lo fece, si voltò alzando lo sguardo e scorse un uomo, impeccabile nel suo vestito scuro.
- Sei un dottore? - chiese a Marco, che annuì - Dove lavori?
- Da nessuna parte. - fu la risposta schietta e sincera - Nessuno può aiutarmi... e queste cose... sappiamo bene come vanno!
- Ti ho guardato attentamente; hai avuto sangue freddo e sembri bravo. - commentò - Io sono il dottor Antonelli; dopo le feste vieni a trovarmi in clinica. Questo è l’indirizzo. - gli porse un biglietto da visita - Se sei in gamba come mi è parso di vedere, per te ci sarà un buon posto.
- Io... non so come ringraziarla! - rispose Marco, attonito, alzandosi - Verrò senz’altro e... grazie ancora!
Si pulì le mani sui jeans e porse la destra all’altro che, dopo averla vigorosamente stretta, se ne andò.
Anche Marco si allontanò, cercando di evitare il capannello di curiosi che si era formato. Ora voleva solo arrivare da Giulia e raccontarle tutto! Risalì di corsa le scale, attraversò il ponte con passo spedito e, tagliando per i vicoli, giunse al cuore di Trastevere. Davanti al portone di casa, trovò qualcuno che lo aspettava.
- Ti ho visto, là al fiume. - gli disse questi - Volevo chiamarti, ma non mi avresti sentito.
Marco lo guardò negli occhi; avevano un che di familiare e, come in un flash-back, rivide gli occhi del bambino di Piazza Navona e del ragazzo con cui aveva parlato in chiesa. Ora aveva timore dell’uomo che gli si parava di fronte.
- Chi sei? - gli chiese - Perché mi perseguiti e perché ogni volta che ti mostri a me non hai mai la stessa faccia? - insisté, mentre l’iniziale sgomento si tramutava pian piano in un senso di pace e di serenità.
- Io sono sempre vicino a te, Marco, anche se tu qualche volta mi hai dimenticato. - rispose l’uomo, avvicinandosi - Mi incontri e mi aiuti ogni volta che ti tendo la mano, quando qualcuno ha bisogno di te, ma cerchi di fuggire se, come ora, ti mostro il mio volto.
- No! Non è possibile! - commentò Marco, con fare sarcastico, anche se sentiva il cuore aprirsi a qualcosa di nuovo, mai sentito prima - Non è vero!
- Tutto questo, domani, sarà solo una meravigliosa favola di Natale. - concluse l’altro - Ma tu non mi dimenticherai mai più, ne sono certo! - si allontanò un poco, poi soggiunse - Passate un sereno Natale, te e Giulia!
- Emanuele, aspetta! - lo richiamò Marco - Non andartene!
- Non me ne vado; Io sarò sempre con te!
Marco stette zitto, chiuse gli occhi cercando di fissare nella mente tutto ciò che aveva visto e udito e, quando li riaprì, sentì dentro di sé una gioia immensa, nuova e così intensa da dargli lo stesso senso di leggerezza di una solenne sbronza. Ancora stordito, salì le scale di casa a due a due; Giulia lo stava aspettando, impaziente, da più di un’ora.
- Ce l’ho fatta, Marco! Ce l’ho fatta! - gridò, abbracciandolo e mostrandogli una lettera del Ministero della Pubblica Istruzione - Ho vinto quel concorso da insegnante elementare! Ho un lavoro finalmente, capisci?
Cercando di mantenere la calma, Marco le raccontò allora per filo e per segno del suo incontro con Antonelli e della proposta che gli aveva fatto.
- Se tutto va come sembra, - concluse - potremo pensare seriamente a sposarci!
Avrebbe voluto raccontarle di Emanuele, ma tutto pareva così irreale che pensò fosse meglio tacere, almeno per il momento.
All’inizio del nuovo anno, Marco andò a parlare con il dottor Antonelli: il posto che gli aveva promesso era suo!
Le feste di Natale volgevano ormai al termine quando, passeggiando per Roma insieme a Giulia, Marco fu terribilmente attratto dall’idea di tornare a Piazza Navona. Era ancora tutto come alla vigilia di Natale, le luci, la musica, l’odore di croccante e zucchero filato... e la stessa chiesa di S. Agnese; la sua facciata ampia e imponente, appariva come un rassicurante abbraccio che avvolgeva quel piccolo mondo. Marco si sentì calamitato verso l’entrata e ne salì le scale, trascinando con sé anche lei.
- Dove stiamo andando? - gli chiese la ragazza, ben sapendo quanta poca simpatia avesse Marco per quei posti.

- A salutare un Amico! - le rispose, con un sorriso.

- Un amico? Qui? - domandò ancora Giulia - Ma... ti senti bene?

Lui non rispose ed entrò; anche lì era tutto come quando era entrato la prima volta, perfino l’odore d’incenso e di cera avevano la stessa intensità. Ai piedi dell’altare, in un cesto di paglia contornato da enormi ghirlande di fiori, c’era Gesù Bambino. Solo una statua di gesso, ma Marco la guardò con tenerezza; chi l’aveva fatta era stato un vero artista, tanto erano reali le fattezze paffutelle, le guance lievemente colorite... e gli occhi di un azzurro così profondo che Marco, fissandoli, poteva rivederci tutto quanto era accaduto negli ultimi giorni, convincendosi della straordinaria grandezza del recente vissuto.

- Allora, dov’è il tuo amico? - chiese Giulia, incuriosita. Non lo aveva mai visto così e lui fu tentato ancora una volta di raccontarle tutto, poi si fermò: nessuno, neppure la persona più innamorata, avrebbe potuto credere a una storia così fantastica e irreale!

- Non è venuto. - rispose allora - Doveva partire e di sicuro avrà avuto qualche contrattempo. Ma so che si ricorderà di me. - strinse forte a sé Giulia e tacque per un istante.

- Questo Natale è stato veramente una splendida favola ! - pensò, fissando ancora gli occhi azzurri della statua di gesso - Grazie, Emanuele! Non Ti dimenticherò mai più.

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 2002 il racconto ha partecipato al Concorso Nazionale “E’ solo poesia” bandito dal Comune di Trezzo sull’Adda (MI), risultando 6° classificato nella sezione narrativa inedita

Pubblicato anche nel sito www.storiedicitta.it

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