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Il sito della scrittrice Anna Maria Funari

Mercoledì, Novembre 22, 2017

Lupi (2003)

lupo

Il fuoco del camino riempiva la stanza di una luce irreale, soffusa e il crepitio delle fiamme riempiva il silenzio in cui la vecchia capanna era sprofondata.
Era stata una dura quanto inutile giornata di caccia e ora la notte avvolgeva il mondo in un abbraccio che rendeva tutto uguale. La neve fioccava lenta, giocando tra i refoli di vento che scuotevano lievemente gli abeti e lui se ne stava là, in piedi, dietro ai vetri della finestra, a rimirare quella strana danza.
Guardò il camino. Rabbrividì, stringendosi nel giubbotto imbottito e andò a gettare un ciocco tra le fiamme. Nella legnaia i cani uggiolavano sommessamente abbandonandosi nelle braccia del sonno.
In un angolo buio, si levava il sordo russare dell’indiano che l’aveva guidato lungo i sentieri della montagna alla ricerca della sua preda.
Si rannicchiò vicino al fuoco, restando per un po’ a fissare il dimenarsi irregolare delle sue lingue saettanti fino a quando, ipnotizzato, chiuse gli occhi arrendendosi alla stanchezza. La notte passò tra ombre e luci di sogni e illusioni; comunque troppo in fretta. Un violento scrollone lo destò nella parte migliore del riposo. Mugugnò qualcosa senza molto senso.
 
Si alzò stiracchiandosi, sentendo addosso lo sguardo gelido della sua guida. Non riusciva a capire se significasse disapprovazione, disgusto o che altro. La cosa certa era che, da quando era iniziata la battuta di caccia, quell’ individuo non gli aveva rivolto parola, limitandosi a guidarlo su per i ripidi sentieri coperti di neve e a indicargli i luoghi dove probabilmente avrebbe trovato ciò che cercava.
Il sole illuminava debolmente il paesaggio invernale, lasciando che l’aria fredda e pungente gli arrossasse il viso. Osservò l’indiano mentre apriva la porta della legnaia, permettendo ai cani di uscire. Il fiato degli animali si trasformava in nuvolette che salivano simili agli sbuffi di fumo di piccole locomotive a vapore. Si abbottonò il giubbotto, controllò la cartucciera e pose il fucile in spalla.
La guida, senza una parola, lo degnò di una sola occhiata lasciandogli intendere che potevano andare: erano pronti per un’altra giornata.
Il cacciatore cominciò a seguire la pista segnata dalla sua guida, guardandosi di tanto in tanto intorno,cercando di sbirciare tra gli alberi fitti del bosco. I cani fiutavano per terra alla ricerca di quella traccia che ormai da giorni inseguivano senza mai riuscire a trovare quell’odore selvatico così simile al loro.
Avanzare tra la neve diventava ogni attimo più difficoltoso. Il cacciatore sprofondava fino al ginocchio e procedeva con difficoltà, mentre l’indiano marciava veloce e sicuro di sé. Raggiunsero una piccola radura; rari ciuffi di erba spuntavano prepotentemente dalla neve nel punto in cui un coniglio aveva raspato alla ricerca di cibo. Il bosco, oltre le prime file degli alberi, era scuro, tetro, impenetrabile e il silenzio era diventato opprimente.
Finalmente i cani diedero segni di irrequietezza, cominciarono a latrare in direzione del bosco, là dove la vegetazione era così fitta da non lasciar intravedere nessuna creatura.
La guida si fermò di colpo, mormorando qualcosa in una lingua sconosciuta e le bestiole smisero all’istante di abbaiare.
Per un attimo non si udì alcun rumore; l’indiano chiuse gli occhi e al cacciatore sembrò quasi che volesse addormentarsi. Poi lo vide levare le mani in alto per riabbassarle piano, i palmi verso il viso, portando lentamente i gomiti verso il petto e restò a guardarlo, intimidito da quel momento di strana misticità.
Lo scricchiolio dei rami sotto il peso della neve lo distolse e sbuffò impaziente, ma qualcosa lo frenava dall’interrompere quella sorta di rito magico.
La guida cominciò a mormorare qualcosa, mentre restava là, immobile, rivolto verso il bosco, con le orecchie tese a percepire ogni minimo segnale. Sembrava quasi che stesse comunicando con qualcosa di invisibile che apparteneva a quel mondo misterioso.
L’improvviso volo di uno stormo di uccelli segnalò ai due uomini che qualcosa stava accadendo, qualcosa stava per oltrepassare il confine della foresta.
Là, al limitare del piccolo spiazzo, finalmente apparve in tutta la sua maestà, la folta pelliccia grigia e bianca, le orecchie appuntite e tese a percepire il pericolo. L’indiano fissò allora lo sguardo in quello dell’animale e provò un grande dolore. Si voltò verso il cacciatore; lo vide imbracciare il fucile, prendere la mira e premere il grilletto.
Il lupo, con uno scatto improvviso, si rituffò tra gli alberi mentre il proiettile sollevava una nuvoletta di neve morbida, la-sciando l’uomo di sasso. Sul viso dello scout si dipinse un sorriso, mentre l’altro imprecava. Il cacciatore fece per inseguirlo, ma la guida lo trattenne mentre tra gli alberi si levava un coro di ululati.
L’uomo desistette dal proposito e l’indiano ricominciò a camminare su sentieri che solo lui vedeva, sentendo odori che solo lui percepiva, sapendo cose di cui solo la sua gente era a conoscenza.
Evitarono di inoltrarsi all’interno dove sarebbero stati facile preda del branco e continuarono a inseguire una sorta di fantasma la cui voce si levava a tratti tra gli alberi.
Il cacciatore ebbe la netta sensazione che quell’ombra grigia strisciasse tra i fusti neri degli abeti, li spiasse e attendesse il momento opportuno per attaccare. Si fermò per un istante, estrasse la fiaschetta d’argento colma di whishy che teneva in tasca, ne svitò il tappo e bevve un lungo sorso. L’indiano si fermò poco avanti, restando in silenzio ad aspettarlo. Rifiutò di dividere l’alcool con lui, poi riprese a camminare con passo spedito.
Il sole cominciava a scendere, la luce a scemare. Giunsero a un capanno di caccia che la notte aveva già steso il suo nero velo nel cielo; la luna, circondata da un pallido alone, dava al paesaggio strani contorni e il silenzio accentuava i piccoli rumori della notte. L’ululato sovrastò la voce della civetta e i cani guairono.
Il cacciatore si precipitò dentro al capanno preceduto dai segugi mentre l’accompagnatore restò immobile sulla neve, davanti alla porta socchiusa. Trasse da una sacca degli strani sassi dipinti e con essi tracciò una linea sul morbido mantello bianco. Lenti fiocchi cominciarono a cadere, mimetizzando le orme degli umani e dei cani, fondendone la presenza con la Natura che li abbracciava. Cantava. Cantava e pregava, guardando la linea degli alberi. La neve scendeva più fitta. Il grande lupo apparve tra gli alberi e l’indiano restò in piedi ad attenderlo. La bestia si avvicinò diffidente, scrutando con i suoi piccoli occhi gialli nel fitto della tormenta. A metà tra il bosco e la linea di sassi si fermò, mostrò il fianco e tutta la sua magnificenza. Alla luce della luna il mantello sembrava argenteo. Restò così per alcuni interminabili minuti, poi lanciò un ululato lungo, greve e si acquattò nella neve. L’indiano chinò il capo verso di lui ed entrò nel capanno.
L’altro lo osservò stupito. Non capiva cosa avesse trattenuto il magnifico lupo dall’avventarsi sulla guida che,entrando, lo guardò come se fosse trasparente, limitandosi a prendersi cura dei cani.
Si sedette poi davanti al fuoco che il cacciatore aveva acceso nel camino di pietra. Di tanto in tanto tendeva le mani per riscaldarsi, restando assorto nei suoi pensieri. Cercarono di riposare.
Al far del giorno, il cacciatore guardò fuori. Il lupo stava ancora là, fermo, sdraiato nella neve, vigile e con le orecchie ben dritte. I fiocchi che continuavano a casere incessantemente offuscavano la linea del bosco e nel turbinio candido si intravedevano le sagome dei lupi del branco. Sembravano aspettare senza fretta che i due uomini lasciassero il loro rifugio.
In preda al terrore, l’uomo imbracciò il fucile ed uscì all’aperto. Qualcosa di indefinibile gli impedì di oltrepassare la linea di sassi posta in terra. Il lupo si alzò immediatamente fissando l’arma levata contro di lui e mostrando minacciosamente i denti. Ululò, gettando indietro la grossa testa e mostrando la possanza del collo; il branco levò la sua risposta lugubre, sinistra.
L’indiano lo seguì fermandosi alle sue spalle. Udì lo scatto del cane che armava il proiettile. Il lupo trotterellò verso di loro, guidando il branco contro i due uomini. Le dita del cacciatore restarono impietrite sul grilletto mentre l’animale si avvicinava per fermarsi poco distante dalla linea di sassi. La guardò facendo alcuni passi indietro, continuando a ringhiare arricciando il naso e mostrando le zanne. Tentennava, desiderava oltrepassare quel confine ma qualcosa lo fermava.
Solo allora l’indiano prese il fucile dalle mani del cacciatore, abbassò il cane e, tenendolo con entrambe le mani, lo pose a terra senza oltrepassare la linea ma abbassandosi all’altezza del lupo. Fissò per un istante la splendida bestia negli occhi e mormorò qualcosa.
Dopo un solo attimo il lupo e il branco si dileguarono: la caccia era finita.

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Nel 2006, il racconto ha avuto la segnalazione di merito alla 43^ edizione del Premio Garfagnana di Narrativa "LORIS BIAGIONI", classificandosi al secondo posto.
Nel 2008, il racconto si classifica al 2° posto nel concorso “Paolo Sylos Labini” promosso, a livello interno, dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali
Nel 2016, è finalista al concorso “Stampa libri” promosso da Historica Edizioni
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2007, “Lupi”, AER Edizioni – inserito nell’antologia “Mini racconti di narrativa - vol. 2”
2016, “Lupi” – inserito nell’antologia “Racconti brevi” – Historica edizioni
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