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Il sito della scrittrice Anna Maria Funari

Giovedì, Luglio 27, 2017

Cielo di California (1986)

autostrade

Essere svegliati alle tre di notte è una cosa piuttosto seccante, ma era esattamente ciò che stava succedendo a Josh Turner, agente della “Narcotici” di S.ta Monica, il cui telefono squillava senza tregua.
- Chi cavolo rompe, a quest’ora? - mormorò il poliziotto, accendendo la luce, con gli occhi ancora chiusi e stropicciandosi la faccia per cercare di svegliarsi - Chi è ? - ringhiò seccato, alzando la cornetta.
- Turner?! L’abbiamo beccato! Vieni immediatamente alla Centrale. Di volata, chiaro? - tuonò una voce dall’altra parte che, senza ammettere repliche, interruppe la comunicazione.
- Il diavolo vi porti! - commentò Josh, tirandosi a sedere sul letto; si sforzò di riordinare le idee, per la verità piuttosto confuse, poi guardò il suo cane, accucciato sul letto.
- Ha svegliato anche te, eh? - gli chiese, indicando il telefono. La bestiola risposte con un leggero guaito - Continua pure a dormire, tu che puoi ... e fai un pisolino anche per me. - aggiunse, alzandosi e dando una carezza al suo compagno. Si vestì in fretta e si avvicinò alla finestra: il termometro stava poco più su dello zero.
- Questo freddo non finisce più. - mormorò prendendo da una sedia il giubbotto - Non ci sarà primavera, quest’anno, se continua così!


Dopo qualche istante uscì. Era ancora troppo presto perché passassero gli autobus, quindi si avviò a piedi, anche se fino alla Centrale era una bella scarpinata; l’aria fredda lo avrebbe comunque aiutato a svegliarsi. Ci mise circa mezz’ora.
- Era ora! - commentò la stessa voce che lo aveva chiamato al telefono - Ce ne hai messo di tempo!
- Ancora non ho imparato a volare, sergente. - risposte Josh, intirizzito, avvicinandosi al termosifone - Dov’è il nostro uomo? - chiese, andando subito al sodo. Il sergente gli fece cenno di seguirlo, invitandolo al silenzio, e lo condusse in una stanza completamente buia, attigua a quella dove c’era il tipo che avevano arrestato.
- E’ lui! - disse il sergente, additandolo al poliziotto - E’ uno dei più grossi spacciatori di eroina dello Stato; abbiamo avuto una “soffiata”, ma è riuscito a liberarsi della roba prima che gli mettessimo le manette. Purtroppo le prove circostanziali non sono sufficienti per trattenerlo ... sta a te incastrarlo.
Josh osservò, attraverso il vetro, il tizio che il sergente gli aveva indicato: era un uomo sulla quarantina, il viso spigoloso e lo sguardo sfuggente, che si stava facendo beffe dell’ispettore che lo stava interrogando.
- Sai cosa devi fare, vero? - intervenne il sergente, interrompendo il contemplativo silenzio del poliziotto. Josh accondiscese con un cenno della testa, ma dentro di sé sapeva che stavolta non sarebbe stato come in precedenza: aveva già fatto tante volte quel tipo di operazioni, non era la prima volta che faceva da esca, ma fino a quel momento aveva sempre avuto a che fare con uomini che, paragonati a quello dall’altra parte del vetro, potevano essere considerati mezze tacche: con Peter “Eagle” Logan le cose stavano diversamente. Con lui, il più piccolo, insignificante errore poteva essere pagato caro. E Turner non si sentiva ancora così vecchio e stanco da voler morire.
Sapeva benissimo che riuscire ad incastrarlo con prove inconfutabili equivaleva a spedirlo in galera per un bel pezzo, dando contemporaneamente un grosso colpo al giro di eroina della città e dello Stato, per cui non si meravigliò quando, dentro di sé, decise istintivamente di tentare il tutto per tutto, ma si impose di non lasciare nulla al caso, come aveva invece talvolta fatto in precedenza. Era da parecchio che la Polizia gli stava dando la caccia, sapeva che l’arresto di quella notte era solo un pretesto per mettergli dietro qualcuno e Josh, fin dal principio, aveva cercato di conoscere profondamente il passato di Logan, le sue abitudini ed ogni più piccolo particolare che lo potesse mettere in una posizione di superiorità, quando fosse stato necessario.
Circolando con discrezione negli ambienti giusti, giorno per giorno si era costruito intorno, con infinita pazienza, un personaggio sulla cui credibilità nessuno avrebbe potuto avere dubbi. Frequentando spacciatori e drogati era così arrivato, alla fine, a mettere a segno un primo colpo: riuscire a farsi vedere da lui nella giusta veste, per poter costituire, in seguito, un facile aggancio.
Non sarebbe certo stato semplice; aveva scoperto che Logan non lasciava mai nulla di incalcolato, non aveva mai commesso errori e, da ottimo professionista e grazie ad una innaturale freddezza, non lasciava mai dietro di sé tracce o testimoni che potessero in qualche modo recargli danno, sempre in grande stile, senza che nessuno potesse mai accusarlo di qualcosa con matematica certezza, permettendogli così di continuare la sua semina di morte.
- Turner! Che diavolo ti succede? - lo chiamò il sergente, scuotendolo bruscamente - Ti sei rimbambito, lì davanti? - Josh sembrò riemergere da profondi pensieri - Che hai? - continuò l’altro - Non è la prima volta, no? - rimarcò, con tono malizioso.
Josh lo guardò fisso negli occhi per un momento, quasi maledicendo in silenzio il giorno in cui era stato trasferito a quell’unità.
- E’ proprio questo che mi fa schifo. - rispose - Forse non amo più abbastanza questo lavoro ... o forse continuo a farlo solo pensando a quelli che continuano a morire per colpa di gente come Logan ... e come noi.
- Che vuoi dire con quel “come noi”? Spiegati.
- Un’altra volta, sergente, un’altra volta, ma non credo che capirebbe. - concluse Josh, allontanandosi dal vetro.
Uscendo dall’ufficio, lungo il corridoio, incontrò uno dei suoi colleghi, Tim Farrell, il suo unico amico.
- Tira aria di tempesta! - commentò questi ad alta voce, quanto Josh gli accennò appena un saluto - Grane con Stockwell? - Josh non rispose - Ti va un caffè?
- Quello non si rifiuta mai. - mormorò finalmente a mezza voce Turner - Col freddo che fa e col sonno che ho è proprio quello che ci vuole.
- Andiamo allora! - lo sollecitò Tim, precedendolo nella saletta in fondo al corridoio, dove c’erano un paio di distributori automatici.
- Cosa c’è che non va? - chiese nuovamente, sedendosi ad un tavolo.
- Ci siamo con la solita storia! - rispose Josh, mettendosi a cavalcioni di una sedia e buttando il giubbotto sopra al tavolo - Logan deve essere ingabbiato e, come da copione, io finirò nei guai per incastrarlo!
- Dovresti esserci abituato, ormai! - sindacò Tim - Stockwell non ti ha mai dato altri incarichi e, francamente, non riesco a spiegarmi il perché.
- Il perché non importa! - ribatté Josh, un tantino urtato - Resta comunque il fatto che devo sempre togliergli le castagne dal fuoco!
- Vuoi che vada a tenere compagnia al tuo cane, vero? - chiese Farrell, ormai avvezzo a quella routine.
- Mi spiace di darti tutti questi fastidi, ma sei il mio unico amico, la sola persona a cui posso rivolgermi. - si scusò - Povera bestiola, mi dispiace lasciarla sola!
- Spero che un giorno mi illuminerai su questi misteri.
- Forse si. - rispose Josh, frugando in fretta nelle tasche dei pantaloni - Tieni, queste sono le chiavi di casa. Il frigo è pieno, avevo fatto la spesa ieri, e il televisore adesso funziona. Solo il letto è da rifare ... qualcuno non me ne ha lasciato il tempo!
- Quando pensi di rientrare? - chiese Tim, prendendo le chiavi che l’altro gli porgeva.
- Stavolta proprio non lo so! - rispose Josh con una smorfia - E’ una matassa che avrà bisogno di un po’, per sbrogliarsi, ma non ne ho la minima idea: dipende da quanto la fortuna starà dalla mia parte.
- Turner! - chiamò all’improvviso il sergente, affacciandosi alla porta - Puoi andare: è stato appena rilasciato ... e ricordati di lasciare qui i documenti e la tua pistola d’ordinanza.
- Vado! - rispose Josh, alzandosi e lasciando il tesserino e l’arma all’amico, e nascondendone una seconda, con il numero di serie opportunamente limato, dietro alla schiena.
- Cerca di non perdere tempo! - intimò ancora Stockwell, minaccioso, prima di allontanarsi.
- Ma va’ all’inferno! - augurò sottovoce il poliziotto, finendo di bere il suo caffè - Perché non ci va lui, là fuori, se ha così tanta fretta!
Entrambi gli agenti uscirono e, vicino all’ingresso alla Centrale, Tim si fermò per salutare l’amico.
- Paura? - chiese.
- Tanta, stavolta. - rispose Josh - Forse troppa. Spero di non fare cazzate!
Tim gli batté una mano sulla spalla, quasi a volergli fare un po’ di coraggio.
Turner usci e scese nella strada buia, fischiettando un motivetto malinconico. La luna era ancora alta nel cielo, le stelle brillavano come tanti lumicini e solo le fioche luci dei lampioni rischiaravano debolmente la via.
Il vento freddo segnava l’ormai prossima fine di quello strano inverno californiano e con le sue sferzate colpiva la faccia del poliziotto, bruciando come uno schiaffo.
Continuò a camminare spedito fino a quando non distinse, davanti a sé, l’ombra di qualcuno, di “quel” qualcuno. Rallentò allora il passo, osservandolo attentamente, per riuscire a prevedere in quale direzione sarebbe andato, poi frugò nelle tasche del giubbotto e, con esitazione, ne trasse fuori qualcosa che era il suo segreto “professionale”, ma anche il dramma della sua vita. Guardò con odio la strana sigaretta che aveva in mano, dentro di sé aveva schifo di quell’erba maledetta che, alla fine di ogni incarico, lo costringeva a passare periodi più o meno lunghi di “vacanza” in uno dei tanti posti, fuori città, riservati a chi faceva il suo stesso mestiere.
Quando non c’erano rogne, Josh riusciva tranquillamente a non toccarne, ma gli bastava riassaporare il gusto dell’hashish anche una sola volta per ricominciare.
Svoltò in una strada laterale e cominciò a correre, percorrendo qualche centinaio di metri. Si fermò qualche isolato più in là, poi riprese la via precedente e rallentò. Il cuore gli batteva forte, gli rimbombava nelle orecchie, le tempie gli pulsavano e respirava a fatica.
- Non posso più fare certe cose! - pensò - Non riesco neanche più a reggere qualche isolato di corsa!!!
Si fermò ad un angolo e, dopo un breve momento di esitazione, accese lo spinello. Si diede un’occhiata alle spalle, con indifferenza. Logan veniva verso di lui, lentamente. Anche Josh riprese a camminare, per poi fermarsi un po’ più in là, davanti all’entrata posteriore di un vecchio cinema. Si diede ancora un’occhiata intorno, ma non c’era anima viva e la luce dei lampioni creava un’atmosfera strana; guardò l’orologio: erano quasi le sei. Il cielo cominciava piano piano a schiarirsi e Turner ripensò, con un certo rimpianto, al caldo letto di casa sua.
Si sedette sui gradini ad aspettare; osservò per un istante la sigaretta accesa, tentatrice, con la sua brace rossa e lo strano, inebriante aroma. Si impose di non fumare fin quando Logan non fosse stato abbastanza vicino da vederlo, ma la tentazione era troppo forte ... alla fine cedette; finalmente Logan fu a pochi metri da lui, Josh ne fece un’ultima tirata e tirò lontano il mozzicone, con rabbia, prendendosi la testa fra le mani.
- Non fa più abbastanza effetto, vero ? - sghignazzò cinicamente l’uomo, avvicinandoglisi con circospezione. Aveva tutta l’aria di un avvoltoio. - Non basta più, eh ?
Turner lo guardò bieco. Da una parte era furioso con sé stesso per non essere riuscito a non fumare e dall’altra provava una certa soddisfazione nel vedere che, con ogni probabilità, Logan era caduto nella trappola! Ora spettava a lui la prossima mossa: doveva essere così abile da creare una situazione sufficientemente credibile.
- Che diavolo vuoi? - chiese allora bruscamente - Sei un poliziotto?
- Dio me ne guardi! - ribatté Logan con disprezzo - Però sono uno che, volendo ... ti può aiutare! - continuò sibillino.
- E come? Ti avviso, non mi servono prediche, ma qualcosa che mi faccia dimenticare e stare bene ... “viaggiare “, capisci? - commentò Turner, accompagnando la sua richiesta con un gesto delle mani.
- Può darsi. - rispose l’altro con fare dubbioso - Sai chi sono?
- No, ma puoi sempre dirmelo tu! - rispose Josh, prontamente, nel tentativo di non perdere quell’occasione per “agganciarlo”.
- Diciamo che sono uno che, per 50.000 bei bigliettoni, può procurarti qualcosa e portartela qui, venerdì mattina, alle quattro. OK?
- 50.000 sono un bel mucchio di soldi! - osservò Turner. Poi, preso dal pensiero di non lasciarsi sfuggire l’uomo, dimenticò la prudenza. - OK, ma che sia roba ben tagliata, non una porcheria qualsiasi che mi ci faccia rimanere, chiaro? Da chi la prendi?
Logan non rispose, lo guardò con sospetto; poi lo afferrò per il bavero del giubbotto, lo tirò in piedi e lo sbatté con la faccia contro il muro.
- Di’ un po’, piattola! - mormorò minaccioso, perquisendolo. Trovata la pistola, la esaminò e gliela puntò alla nuca - E questa, a che ti serve? Non sarai mica una spia degli sbirri, vero? - spostò la canna fredda dell’arma ad una tempia - Che ne dici, se adesso premo il grilletto, eh?
- Non prendertela così, amico! - rispose Josh, facendo lavorare in fretta il cervello - Stai tranquillo, niente a che spartire con la Polizia! - continuò, pentendosi di non aver saputo tenere a freno la lingua. Era un errore che poteva costargli caro, oltre a compromettere tanti mesi di lavoro - Quella mi serve solo per tener lontani i rompiscatole! Lo sai anche tu quanto siano pericolosi certi ambienti, no?
Logan sembrò convinto dalla parole di Josh, allentò la presa per un attimo dandogli il tempo di girarsi, poi lo aggredì improvvisamente pestandolo per bene, prima che potesse difendersi.
- Se sei un poliziotto, - lo minacciò, spingendolo di nuovo contro il muro e colpendolo sotto il mento con il calcio della pistola - questo ti sia di avvertimento ... se invece non lo sei, impara a non fare mai troppe domande e all’appuntamento vienici da solo, chiaro? - lasciò cadere l’arma fra le mani di Josh - E con quella non giocarci troppo ... ti ci puoi far male! - Terminata la predica, se ne andò, lasciandolo a terra, stupito, dolorante e senza neppure la forza di muovere un dito.
Lo guardò mentre si allontanava; poi, lentamente, si alzò, accusando il dolore causatogli dai movimenti, sistemò la pistola al fianco, ben ferma sotto la cintura, si pulì la bocca con il dorso della mano e cercò di tamponare alla bell’e meglio la ferita sotto al mento. Poi andò in cerca di una fontana; ricordava che lì intorno ce n’era una, ma in quel momento non riusciva proprio a rammentare il posto esatto. Trovatala, si lavò, pulendo la polvere ed il sangue e lasciando che l’aria fresca del mattino gli asciugasse il viso, poi cercò un telefono e chiamò il sergente, alla Centrale.
- Stockwell! - rispose prontamente, dopo un paio di squilli.
- Sono Turner. Voglio parlare con Tim, è urgente!
- Hai avuto un primo contatto con il nostro uomo? - chiese il sergente, infischiandosene della richiesta fattagli.
- Ho detto che devo parlare con Tim, maledizione! E’ ancora lì? - insisté l’altro - Accidenti se l’ho avuto, il contatto! - pensò poi.
- E’ andato a casa tua. - rispose finalmente Stockwell - Allora, hai incontr... - continuò, ma Josh aveva già interrotto la conversazione per chiamare immediatamente l’amico. Sapeva che l’avrebbe quasi certamente svegliato, ma aveva assolutamente bisogno di parlare con lui. Nella sua mente già prendeva forma un piano per ingabbiare “l’Aquila”: fece quindi il numero di casa sua ed attese con pazienza.
- Chi è? - rispose infine Tim, mezzo addormentato.
- Sono Josh. Mi serve il tuo aiuto.
- Sei nei guai? - chiese l’amico.
- No. Ho solo avuto ... come dire ... un “incidente”, riesco a spiegarmi?
- Perfettamente. Dove sei? - continuò l’altro, con tono preoccupato - Cosa è successo?
- Non ora. - tagliò corto Turner - Ascoltami bene : sul tavolo, in soggiorno, ci sono le chiavi del Toyota. Prendile e cerca di essere, tra una ventina di minuti, all’uscita del vecchio cinema, quello vicino alla Centrale. Te lo ricordi? - Tim confermò - Aspettami lì ... e già che ci sei portami dei cerotti!
- Cerotti? - chiese Farrell stupito - Sei ferito? Che diavolo hai fatto?
- Solo un graffio, niente di grave! - lo tranquillizzò Josh - Adesso fai quello che ti ho detto più in fretta che puoi.
- OK, cerco di sbrigarmi. - concluse Tim, riattaccando.
Anche Josh, dopo aver riappeso il telefono, tornò sui suoi passi, verso il luogo dell’incontro-scontro con Logan.
Quando fu arrivato, si appoggiò al muro, lasciandosi scivolare lentamente fino a sedersi sui gradini ed aspettò. Tim arrivò dopo qualche minuto ; appena lo vide, l’amico si alzò e gli andò incontro, salendo in auto al suo fianco.
- Scusa per il ritardo, - si giustificò Tim - ma appena ho attaccato, ha telefonato quel “senzadio” di Stockwell e ...
- Nessun problema. - lo interruppe Josh - Tanto non avevo altri impegni!
- Allora, cosa ti è capitato? - chiese allora l’altro, cercando qualcosa nelle tasche dei jeans - Toh, questi sono i cerotti che mi hai chiesto.
Josh allora accese la luce dello specchietto retrovisore.
- Ecco cosa è successo! - rispose, mostrando il viso pesto - Gliele metterò in conto, a quel figlio di un cane! - continuò, pulendo ancora la ferita e incerottandola.
- Ha capito che sei un poliziotto?
- No, almeno non fino a quando gli ho fatto una domanda di troppo. - rispose Turner - Hai una sigaretta?
- Solo tabacco. - rispose Farrell, con un certo imbarazzo.
- E’ di quello che ho voglia, - lo rassicurò Josh, senza nascondere però la delusione per la puntualizzazione dell’amico - solo di una sigaretta. Comincia a darmi fastidio il sapore di sangue che ho in bocca.
- Scusa. - si rammaricò l’altro, ma Josh alzò le spalle facendogli così segno che non se l’era poi presa tanto. Tim cambiò discorso. - Avresti bisogno di farti medicare, magari anche di far suturare quel taglio. Ti porto al Pronto Soccorso?
- No, va bene così! - lo rassicurò - Metti in moto e andiamocene da qui.
Tim si limitò ad obbedire: a volte non riusciva proprio a capirlo! Bastava niente per urtarne la suscettibilità e ancora meno perché comunque riconquistasse il suo solito buon umore e Farrell non sapeva, sinceramente, se Josh fosse da invidiare o da rinchiudere!
- Dove andiamo? - chiese, dopo qualche minuto, fermando l’auto a bordo strada.
- Tu vai a casa e riferisci a Stockwell tutto quello che ti ho detto, - gli rispose Josh - io cercherò di riposarmi un po’, poi vedrò. - Tim lo osservò, preoccupato - Sta’ tranquillo; le cose hanno preso il verso giusto e spero di riuscire a tornarmene a casa presto!
- Ti auguro che Flash si ricordi che sei tu, il padrone! - commentò l’altro. Josh lo guardò interrogativamente - Dorme sul tuo letto e guai se mi avvicino. Meno male che sono riuscito a portare il telefono in soggiorno e che il tuo divano è comodissimo!
- Mi spiace. - mormorò l’amico, a mezza voce - Non è mai accaduta una cosa del genere!
- Scusami, non volevo rinfacciarti il favore. E’ solo che ... no, va bene, sono certo che le cose miglioreranno. Al massimo, ti chiederò i danni se dovesse azzannare il mio fondoschiena. - concluse ironicamente Tim, cercando di distoglierlo per un attimo dalle sue preoccupazioni.
- Sei un amico prezioso, grazie! - concluse allora Josh, scendendo dall’auto e dandogli una pacca su un braccio - Mi faccio vivo in giornata, al massimo stasera, OK?
Tim fece un cenno di assenso, poi lo salutò con un gesto della mano e tornò verso casa, mentre l’altro, dopo averlo osservato mentre si allontanava, se ne andò in direzione opposta.
Il cielo continuava a schiarirsi e le stelle erano totalmente scomparse ; anche i lampioni erano spenti e i primi bus cominciavano a circolare per la strada.
Si fermò in un locale per mangiare qualcosa, senza tuttavia lasciarsi sfuggire l’occasione per osservare la gente ed ascoltare attentamente quello che veniva detto. Era un gioco che a Josh piaceva molto e che in più di un’occasione si era rivelato utile.
Si sedette, ordinò un caffè e ripensò a Logan, all’aria beffarda che aveva di fronte agli agenti, alla Centrale, e anche i lividi gli facevano meno male se pensava che quell’uomo, in una frazione di secondo, poteva distruggere una vita.
- E’ tutto inutile, - pensò amareggiato - per uno che ne sbattiamo dentro, ne vengono fuori altri cento. - e fece una smorfia di disgusto.
- Qualcosa non va? - chiese una voce di donna - Posso sedermi?
- Fa’ come ti pare. - rispose Josh, senza neanche alzare gli occhi dalla tazza di caffè.
- Sei proprio scorbutico! - commentò la sua interlocutrice, passandogli la mano sul viso. Josh si ritrasse infastidito - Uhm ... è proprio una gran brutta giornata, eh ?
Più per curiosità, o forse per togliersela di torno, Josh si girò a guardarla e si trovò di fronte ad una ragazza che, a giudicare dal vestito cortissimo e dai modi piuttosto spicci, non doveva essere esattamente la classica ragazza di buona famiglia.
- Non mi offri da bere? - insisté la ragazza, con il tono inequivocabile di chi promette qualcosa in cambio.
- Non rompere, non è il momento. - tagliò corto Josh, con tutt’altri pensieri per la testa.
- Sei il primo che ne fa una questione di orario. - e Josh, spazientito, finì il suo caffè tutto d’un fiato, pagò e uscì senza aggiungere una parola.
- I matti capitano tutti a me! - commentò fra sé e sé - Coi casini che ho in questo momento, figurati se ho il tempo .... - e ridacchiò divertito all’idea.
La città cominciava a vivere e le strade ad affollarsi di auto e di gente; Josh provò un vago senso di disagio in mezzo a tutto quel mare di persone. Prese un bus qualsiasi, tanto per fare un giro, sperando sempre di riuscire a rubare qualche informazione dai discorsi captati qua e là. Trovò un posto libero di fianco ad una anziana signora che sembrava uscita da un vecchio film in bianco e nero, dal cui abito scuro dalla castigatissima scollatura prorompeva un candido collo di pizzo inamidato ed i cui capelli, altrettanto candidi ed ordinatamente raccolti sulla nuca, erano coperti da un piccolo cappello con veletta.
Subito si sentì squadrare dalla testa ai piedi e la sua vicina, per nulla intimorita, mise in bella mostra un robusto ombrello, guardando Josh con aria di sfida.
- Evidente che non lo usa solo per la pioggia. - pensò il poliziotto. Si chiese allora che aspetto potesse mai avere, per innescare quei pensieri bellicosi in una così pacifica vecchietta. Dopo un paio di fermate scese e, con calma, camminò a lungo, fermandosi spesso davanti ad alcune vetrine. Ad un certo punto, alzò istintivamente gli occhi ed osservò la sua immagine riflessa sul vetro. Si accorse allora che, tutto sommato, la nonnetta dell’autobus non aveva tutti i torti. Aveva il viso gonfio e pieno di lividi, la barba di quasi due giorni, i capelli lunghi ... non era esattamente l’immagine che, in genere, la gente aveva dei poliziotti.
- Non sembro davvero uno sbirro. - pensò allora. Poi, continuando a fissare il vetro, si accorse di essere maldestramente seguito da due balordi che erano scesi dall’autobus insieme a lui.
Riprese la sua passeggiata, tranquillamente, tenendo sempre d’occhio i due gaglioffi, fino ad arrivare ai bordi estremi di un parco pubblico; qui si fermò e si sedette su una panchina ad osservare alcune persone che facevano jogging. I tizi gli si avvicinarono con circospezione, rallentando il passo una volta giuntigli alle spalle.
- Circolate altrove, pidocchi. - intimò Josh, senza neppure voltarsi, ma aprendo il giubbotto quel tanto che bastava a far vedere che era armato. - Oggi non ho tempo per voi. - I due, intimoriti più dalla pistola che dalle parole, si allontanarono - Dilettanti! - commentò allora il poliziotto, alzandosi e tornando verso il centro commerciale.
Il buon umore era comunque destinato a sparire. Sulla strada del ritorno, in un vicolo, la sua attenzione fu attirata da qualcosa, nascosto da un grosso secchio per la spazzatura. Josh si avvicinò con prudenza. Quando realizzò che il qualcosa era una persona, un ragazzo, gli si avvicinò di corsa; sembrava privo di sensi e aveva ancora in mano una siringa. Si chinò su di lui tastandogli il polso e si rese conto che non c’era più niente da fare. Gli frugò nelle tasche alla ricerca di un documento o qualsiasi altra cosa gli permettesse di identificarlo e, trovatolo, sentì il sangue ribollirgli: l’eroina aveva spezzato una vita di sedici anni!
A fatica, mandò giù il groppo che gli era venuto alla gola, cercò di frenare le sue emozioni, e andò a telefonare ai colleghi, dando loro tutte le informazioni utili per poter intervenire. In pochi minuti arrivarono due pattuglie e il furgone per il prelievo del cadavere. Josh assistette da lontano a quello spettacolo pietoso ... In cuor suo giurò solennemente che, alla fine di quell’avventura, avrebbe chiuso con Stockwell. Per sempre.
Si chiese allora quante fossero, ogni giorno, le vittime della droga. Sembrava un problema così lontano ed invece era una drammatica realtà. Nonostante tutto, si sentiva coinvolto in prima persona in quella sporca storia e più si chiedeva se esistesse una soluzione radicale e definitiva, più si convinceva che era solo un’utopia. Si, c’erano una miriade di leggi, di regolamenti, di cavilli e un mucchio di altra roba su cui i politici continuavano a discutere, ma Josh era certo che a loro non gliene importava un accidenti, finché i loro figli non ne restavano pubblicamente coinvolti. Quanti ne aveva visti passare, alla Centrale, di quei “bravi ragazzi” che, pescati con le mani nel sacco, dopo un paio d’ore venivano regolarmente rilasciati, con mille scuse.
Si allontanò in silenzio, continuando a girovagare senza una meta precisa, ossessionato per tutto il giorno da quell’episodio. In uno sfogo di rabbia, tirò un calcio ad un grosso barattolo, con violenza, facendolo andare a colpire il vetro di un’auto che pattugliava la zona, in quel momento in sosta. Evidentemente colpito in un punto già debole, il parabrezza finì in mille pezzi. Sorpreso e infuriato, uno degli agenti scese immediatamente dall’auto guardando Josh, il quale non trovò migliore soluzione che tagliare la corda.
- Porc ... Dove scappi, brutto str... ! - sbraitò il poliziotto appiedato, mentre l’altro metteva in moto.
- Salta su! - lo invitò il collega - Forse riusciamo a prenderlo!
- Ho l’impressione di conoscere quel tipo, sai? - borbottò l’altro - Ma non riesco a ricordarmi dove l’ho visto.
L’inseguimento non diede alcun frutto perché Turner riuscì a seminarli senza troppe difficoltà. Alla fine si infilò in un vicolo su cui si affacciava il cortile di un retrobottega. Appoggiandosi al muro con una mano, con l’altra si tirò via i capelli dal viso e riprese lentamente fiato, ridendo dentro di sé al solo immaginare la faccia del sergente se avesse saputo che la Polizia era corsa dietro ad uno dei suoi.
- Nei guai? - chiese qualcuno che, al fischio delle sirene, aveva pensato bene di celarsi nell’angolo più buio del cortiletto maleodorante.
- Chi c’è? - chiese Josh con sospetto, portando istintivamente la mano verso la pistola.
- Con quella è meglio che non ci giochi troppo, te l’ho già detto. - continuò l’interlocutore, uscendo dall’ombra, e rivelando una fisionomia conosciuta. Josh non riuscì a nascondere la propria sorpresa. - Cos’hai combinato? Perché ti correvano dietro, eh?
- Gli ho rotto il parabrezza della macchina, ma è stato un incidente.
- E loro ti hanno creduto?
- Non mi sono fermato a chiederglielo.
- Non ti sei perso niente. - commentò infine Logan, filosofeggiando - Gli sbirri sono una pessima compagnia ... e poi hanno il maledetto vizio di non crederti mai!
- Già! - confermò Josh, accennando ad uscire dal vicolo.
- Non dimenticare il nostro affare. - gli rammentò Logan - E neppure il contante.
- Allora, 50.000? - domandò il poliziotto.
- Si. - fu la secca conferma dello spacciatore - E’ un bel mucchio di polvere, sai? Una parte te la tieni ... e l’altra puoi vendertela, hai il mio permesso. Chissà ... - continuò - potrei anche pensare di farti diventare mio socio !
- E’ un’idea. - commentò Josh soddisfatto. Ora era praticamente certo che Logan era caduto nella rete. Accennò quindi un saluto e se ne andò.
Per un breve tratto ritornò sui suoi passi e cercò un telefono pubblico, architettando nel frattempo un piano semplice ed efficace per stringere il laccio al collo di Logan. Chiamò quindi casa sua ed aspettò con pazienza che Tim gli rispondesse. Con poche parole e senza entrare in troppi dettagli, lo aggiornò sugli ultimi avvenimenti e gli chiese di mettere al corrente anche il sergente.
- Devi portarmi assolutamente quei soldi! - concluse - Ti aspetto alla stazione degli autobus.
- OK. - confermò l’amico - Sarò da te più o meno fra un paio d’ore.
Josh lo salutò ed attaccò il telefono. Fece mente locale su quanto distante fosse il punto d’incontro e, con passo tranquillo, si mosse soffermandosi spesso lungo la strada. Arrivò qualche minuto prima dell’amico.
- Non riuscirò mai ad arrivare prima di te! - commentò questi, spegnendo il motore e scendendo dall’auto.
- Hai i soldi? - chiese Josh. Tim tirò fuori dalla tasca del giubbotto una busta e gliela diede - Hai spiegato tutto a quel fesso di Stockwell?
- E’ tutto pronto. - lo rassicurò l’amico - I numeri delle banconote sono segnati e l’elenco è in mano al Procuratore ... ci vedrai solo nel momento in cui avrai la merce in mano.
- Perfetto. - commentò Josh, con sicurezza. Poi guardò l’orologio - Cena?
- Cena! - accettò Tim - Dove?
- Lascia fare a me.
Tim lasciò allora la guida del Toyota e si diressero un po’ fuori città, verso la costa. Dopo una mezz’ora parcheggiarono nei pressi di un locale che, di primo acchito, dava più l’impressione di una bettola di infimo ordine che un posto dove mangiare un buon boccone in santa pace.
- Sicuro di non aver sbagliato strada? - domandò Tim, dubbioso.
- Fidati. - rispose Josh, avvicinandosi alla porta e socchiudendola - Entra e poi mi dirai cosa ne pensi! - Dallo spiraglio filtrava un odore particolarmente speziato. Entrarono, si sedettero ad un tavolo ed ordinarono due birre e la cena, a cui Tim fece onore.
- Prima hai fatto tante storie ... hai detto che in nessun altro posto si mangia un “chili” come questo ... - obiettò, vedendo che Josh aveva appena assaggiato quel che aveva nel piatto - e adesso non mangi? - gli chiese, indicandogli la cena quasi intatta - Ti sei messo a dieta? - Josh scosse la testa - Non mi dirai che non ti piace ...
- No, - lo interruppe l’amico - niente di tutto questo. Stavo solo pensando.
- Attenzione: se pensi troppo, fondi! - lo schernì bonariamente, ma Turner rimase in silenzio, abbozzando appena un sorriso - Non è da lui. - pensò allora Farrell, riuscendo a percepire il disagio dell’amico. Per Josh quell’operazione era diversa da tutte le altre, ci stava mettendo tutto sé stesso, anima e corpo, ma Tim aveva la sensazione che qualcosa di particolare lo tormentasse. Finirono in silenzio di cenare, uscirono e salirono in macchina.
- Hai un posto dove andare a dormire un po’? - gli chiese alla fine, rompendo il silenzio che si era creato.
- Non ho sonno.
- E’ inutile che ti dica che sarebbe comunque il caso che ti riposi un po’, vero? - insisté l’amico - Non penserai mica di riuscire a stare sveglio tutta la notte?
- Non ce la farei comunque, a dormire, Tim. Ho i nervi a fior di pelle, ho paura e... - Josh si interruppe, sentendosi addosso lo sguardo inquisitore dell’amico.
- Non cercare di fregarmi. - disse l’altro, con fermezza - Era hashish, vero?
- Accidenti! - imprecò Turner, tirando un pugno sul cruscotto. Sentiva gli occhi bruciargli, mentre si riempivano di lacrime di rabbia - Sono stato uno stupido, stanotte, maledizione! - continuò, prendendosi la testa fra le mani - Non riuscirò mai a smettere! - Era disperato.
- Come sei rimasto incastrato in questa faccenda? - chiese allora l’altro. Josh si mostrò reticente e Tim, incrociando le braccia, gli fece chiaramente capire di essere in attesa di una risposta - Non credi che sia ora di vuotare il sacco?
- Hai vinto. - si arrese infine - Andiamocene di qui. Ti racconterò tutto!
Si avviarono lungo la strada che portava verso la costa; era già buio quando arrivarono nei pressi di un canale e lì Tim si fermò, aspettando in silenzio.
- Sei proprio sicuro di voler conoscere questo schifo di storia? - domandò Josh, sperando che l’altro ci avesse ripensato, ma questi gli fece un cenno di assenso, deciso più che mai ad andare fino in fondo. Era convinto che se il suo amico fosse riuscito, una volta per tutte, a parlare del suo problema, sarebbe stato più facile arrivare ad una soluzione. - OK! Tutto è cominciato in Vietnam. Ero partito volontario, durante l’ultimo anno di guerra, e le nostre truppe, anzi quel che ne restava, avevano cominciato a ritirarsi e a ritornare a casa. La mia, con la solita fortuna, fu una delle ultime; avevamo l’ordine di coprire il rientro dei battaglioni in posizione più avanzata. Una notte, durante una sortita, siamo stati localizzati e ci hanno sparato addosso. Fui ferito ad una spalla e il proiettile rimase dentro, con quel suo musetto bastardo piantato contro le mie ossa. I calmanti scarseggiavano e giustamente i dottori li riservarono ai feriti più gravi; puoi immaginarti quale fu il divertimento quando mi tolsero quello schifoso senza un briciolo di anestesia.
Tim sentiva, nelle parole dell’amico, tutto l’odio e la rabbia che provava contro quella maledetta, inutile guerra e contro chi l’aveva voluta.
- Continua. - lo spronò allora.
- Non c’è più molto da raccontare. - commentò Turner, dando per scontato tutto il resto, ma la muta insistenza di Farrell lo persuase del contrario. - Tutto filò liscio per quella notte, forse a causa di tutto il whisky che mi avevano fatto ingoiare; poi, il mattino dopo, cominciò il calvario. Impazzivo per il dolore e i medici decisero di fare una radiografia, da cui risultò che la testa dell’omero era stata scheggiata ed erano i frammenti la causa del mio star male. In quelle condizioni così precarie, non era possibile intervenire e cercarono di darmi sollievo con la morfina. Ci volle un po’ di tempo perché fossi rimandato a casa e rimesso a nuovo in un ospedale decente. Lì mi fecero seguire anche una specie di terapia di gruppo, dicevano che serviva ad evitare che, psicologicamente, mi fissassi sull’idea che, senza morfina, non mi sarebbe più stato possibile andare avanti. Ma non era poi così facile e, dopo varie vicissitudini, ho provato l’hashish: tutto sommato, l’effetto che ottenevo era all’incirca quello di cui avevo bisogno. - Tim lo fissava, accigliato - Bada, non è che non ne potessi assolutamente fare a meno, ero capace si stare senza, però mi sembrava di stare meglio, di avere una carica in più, capisci ? - l’amico non rispose - Dopo il primo senso di stordimento, seguiva quella benefica sensazione di tranquillità che mi permetteva di affrontare serenamente le situazioni, o almeno era quello che credevo. Ad ogni modo, cercai di non farla diventare un’abitudine, ma se capitava un po’ di “fumo”, magari in compagnia, non mi tiravo indietro.
Poi, qualche anno fa, tentai, riuscendoci, di entrare nella “Stradale” e il fatto di stare all’aria aperta, di tenere sempre gli occhi ed il pensiero puntati su qualcosa o su qualcuno, mi aiutava a limitare l’uso di quella porcheria; negli ultimi tempi ero riuscito tranquillamente a non toccarne più. Disgraziatamente, il Procuratore venne a sapere che, saltuariamente, ne avevo fatto uso e così mi sono beccato una denuncia, ho un’inchiesta disciplinare aperta e, finché non decidono cosa fare di me, eccomi in prestito a Stockwell. - concluse Josh, aspettando le reazioni dell’amico.
- Non sapevo che eri sotto inchiesta. - commentò Tim.
- Solo il sergente ne è al corrente. Tu non sapevi neanche come è cominciato tutto e che, da qualsiasi parte cerchi di vedere la cosa, io sono un drogato. Non conta niente che ho buttato un anno della mia vita e, in fondo, anche un po’ del mio sangue, in una guerra che era persa in partenza, e conta ancor meno il fatto che, in fin dei conti, questa mia maledizione fa tanto comodo alla “Narcotici” ... nessuno s’è mai chiesto quanti ragazzi hanno cominciato nello stesso modo e se la colpa è davvero soltanto nostra! Tu sai darmi una risposta? - Tim rimase in silenzio, sentendosi chiamare in causa non come amico, ma come persona. - Vuoi saperla un’altra cosa? Prima di essere sbattuto a quella dannata Sezione, era già un anno che non fumavo, neanche tabacco, perché avevo avuto un avvertimento a proposito di quell’inchiesta e non volevo assolutamente essere buttato fuori dalla “Stradale”. E’ stata dura, ma per il lavoro che facevo valeva la pena anche di dannarsi l’anima per smettere ... e all’improvviso, tutto è precipitato, è arrivato il trasferimento, l’apertura dell’inchiesta, Stockwell con i suoi fottutissimi spacciatori e con quelle maledette cliniche fuori città da dove sono entrato ed uscito tante di quelle volte che ormai non me ne ricordo neanche più! Ogni volta spero sempre che sia l’ultima ... non è mai così e non so più cosa fare!
- Mettici uno stop. - rispose semplicemente Tim - Lo so, non è facile, ma mettiti in testa una cosa: Stockwell ti userà finché gli farai comodo poi, al primo sbaglio, ti lascerà sbranare dal Procuratore. Ormai sei in ballo, in questo momento stai rischiando la pelle molto più di quanto non ti sia mai accaduto. Ascoltami: concludi l’incarico, nel modo migliore possibile, così come è nel tuo stile poi ... chiudi!
Josh si convinse che quella fosse la soluzione migliore.
- E il cane? - cambiò argomento Tim, rompendo l’imbarazzante silenzio che si era creato.
- Flash?! - esclamò l’altro, accennando un sorriso - Beh, mettiamola così : per lui sono stato un tenero “mammo”. - l’amico lo guardò con stupore - Mi è stato regalato che era ancora un batuffolo che mangiava col biberon; ero appena tornato dall’ospedale, dopo il Vietnam, e un vicino me lo diede perché, occupandomi di lui, potessi distrarmi, ogni tanto, dai problemi che quotidianamente mi si presentavano davanti. Sulle prime non lo volevo; era solo una preoccupazione che si aggiungeva a quelle che già avevo, poi, con il passar del tempo, è diventato un compagno ed un amico inseparabile.
- Ci credo, gli permetti anche di dormire sul tuo letto! - commentò Tim e Josh ridacchiò ripensando che l’amico aveva dovuto dormire sul divano.
- Ti assicuro che è l’amico che tutti vorrebbero avere. - Tim fece una faccia offesa - Dai, non essere scemo... - guardò l’orologio, era già tardi - Ora che sei al corrente di tutti i miei segreti, - soggiunse - possiamo tornare indietro. Devi andare a dormire.
- Faresti meglio a farlo tu, piuttosto, - lo redarguì Farrell - hai una faccia che, tra lividi e sonno arretrato, ti fa sembrare uno zombie.
- Ci proverò! - promise Josh e l’altro rinunciò ad insistere; lo conosceva da anni e sapeva bene che non sarebbe servito a niente. Mise in moto e riprese la strada in direzione della città.
- Dove ti lascio?
- Solito posto! - risposte Josh - Cercate di essere puntuali ... - si raccomandò.
- Tranquillo. Ci saremo, ma saremo invisibili! - lo rassicurò Tim.
Arrivati sul posto, Josh scese dall’auto, salutò l’amico e lo guardò allontanarsi. Andò quindi a sedersi sui soliti gradini, si appoggiò comodamente con le spalle al muro e volse lo sguardo verso il cielo, fissandolo lungamente e cercando di rilassarsi. Gli sembrava più scuro della notte precedente e anche la luna sembrava più luminosa e bianca.
Chiuse gli occhi, cercando di non pensare, e si addormentò. Gli sembrò di avere appena preso sonno quando qualcuno lo svegliò, scrollandolo con violenza.
- Ehi, sveglia!
Josh aprì gli occhi e, istintivamente, guardò prima l’orologio e poi la persona che gli era di fronte: erano le quattro meno venti e Logan era maledettamente in anticipo. Diede allora un rapido sguardo in giro, alla ricerca del più piccolo segno di presenza del sergente e dei suoi uomini, poi si alzò, con calma, passandosi una mano sulla faccia.
- Hai i soldi? - chiese Logan, tagliando corto.
- E tu ce l’hai la roba? - replicò Josh, cercando di guadagnare tempo senza insospettire troppo l’altro. Logan gli mostrò allora un grosso pacchetto. Turner scese lentamente dai gradini, lo prese, lo soppesò e lo aprì per controllare la merce. Si sporcò appena le dita nella polvere bianca e la assaggiò mostrandosi soddisfatto della sua qualità, poi tirò fuori i soldi - Speriamo bene. - pensò, guardandosi ancora intorno - OK, la qualità è buona e la quantità discreta. Affare fatto! - disse finalmente, mettendosi il pacchetto in tasca e consegnando i soldi a Logan.
La luce di alcuni riflettori illuminò la strada all’improvviso, accecandoli.
- Fermi, Polizia! - intimò una voce che Josh riconobbe come quella del sergente, appostato poco lontano. Il silenzio fu riempito dal rumore delle pistole che, all’unisono, vennero caricate. Anche Logan tirò fuori la sua, facendo fuoco alla cieca. Josh, che gli era restato alle spalle, tentò di disarmarlo, ma l’altro, furioso, lo colpì e lo spinse a terra, puntandogli contro l’arma.
- Sbagliato ! - ringhiò - Avresti dovuto usare il tuo giocattolo!
Fu tutt’uno: Josh pensò che, quella volta, era finita davvero mentre nel buio, un sibilo appena percettibile, mise fine alla precarietà della situazione. Stockwell aveva previsto una tale possibilità ed aveva dotato un paio dei suoi uomini di fucili con puntatore laser, precisi e, soprattutto, silenziosissimi. Logan si accasciò a terra, ferito; in pochi secondi i poliziotti lo immobilizzarono e lo ammanettarono. Farrell corse allora in aiuto dell’amico che, stordito, si stava alzando.
- Tutto intero? - gli chiese, prendendolo per un braccio e porgendogli un fazzoletto con cui tamponare una lieve ferita.
- Più o meno. E’ già una fortuna che non mi abbia ammazzato!
- Farrell! - chiamò il sergente - Venite qui, tutti e due. - Tim obbedì, trascinandosi dietro Josh - Accompagnalo in ospedale. - ordinò, dopo aver esaminato la ferita dell’agente.
- Ma ... sergente ... - cercò di opporsi Turner.
- Niente discussioni, è un ordine! - intimò allora Stockwell e rivolse la sua attenzione agli uomini che stavano accompagnando Logan all’auto, per portarlo poi alla Centrale.
- Sai, piattola, forse dovevo immaginarmelo che eri uno schifosissimo sbirro! - mormorò, passandogli vicino - Devo ammettere che sei stato in gamba ... e anche fortunato! Prima o poi ci incontreremo di nuovo ... e allora saranno affari tuoi!
- Non contarci troppo. - commentò Josh, con un tono che lasciava trasparire tutto il suo odio.
- Lascia stare. - intervenne Stockwell, allontanandolo - Hai fatto un ottimo lavoro. Adesso, però, vai all’ospedale e poi a dormire. Ti aspetto alla Centrale, vieni appena puoi.
- D’accordo. - acconsentì Turner, salendo in auto con Tim - Portami direttamente a casa. - gli disse, appena chiuse lo sportello - Lascia perdere l’ospedale; ho solo voglia di andarmene a dormire ... per favore!
- Come vuoi. - accondiscese l’altro - Ma sei sicuro di star bene? - Josh lo rassicurò, accese la radio e, con un profondo sospiro che sottolineava lo stato di rilassamento da cui si stava lasciando prendere, si appoggiò allo schienale dell’auto e chiuse gli occhi.
Dopo circa mezz’ora furono a casa. Appena aperta la porta di casa, Josh fu festosamente accolto dal suo cane.
- Salve, vecchio mio! - lo salutò, accarezzandolo ed improvvisando con lui una pacifica lotta sul pavimento, sotto lo sguardo interdetto di Tim.
- Lascialo perdere e disinfetta quella ferita! - intervenne allora, senza entrare in casa - E poi ... mi sembrava di averti sentito dire che avevi bisogno di dormire ... o no?
Josh si alzò, facendo cenno a Flash di stare tranquillo. - E’ vero. - confermò Non perdere altro tempo, allora. - lo esortò l’altro - Buon riposo! - e fece cenno di chiudere la porta. Josh lo bloccò.
- Tim, grazie ... di tutto!
- Ci vediamo in Centrale! - concluse Farrell, salutandolo nuovamente con un cenno della mano.
Josh seguì il consiglio, disinfettò le ferite che aveva collezionato in quelle due notti, si diede una rapida rinfrescata al viso e, in un men che non si dica, si buttò sul letto, seguito a ruota da Flash, che gli si accucciò sulle gambe.
- ‘notte cucciolo! - gli augurò, dandogli una carezza fra le orecchie e spegnendo la luce. Un festoso e sommesso uggiolio fu l’ultima cosa che sentì.
Svegliandosi, ebbe l’impressione di aver dormito per due giorni di seguito: guardò la sveglia e realizzò che erano le cinque del pomeriggio. Si alzò pigramente, tirò su le coperte e andò in cucina per prepararsi un caffè; in quel preciso istante squillò imperioso il telefono.
- Turner. - rispose con sufficienza, immaginando perfettamente chi ci fosse dall’altra parte.
- Sai che ore sono? - Era lui, il sergente Stockwell.
- Le cinque del pomeriggio. - rispose con noncuranza Josh. - E adesso mi chiederà “Sei ancora a casa?” - pensò.
- E sei ancora a casa? - urlò l’altro. Josh non si meravigliò più di tanto; ormai era un copione che si ripeteva da un tempo praticamente infinito - Non sarai mica caduto in letargo, vero?
- Mi ero appena svegliato. - rispose Turner mantenendosi calmo - Pensavo che, in fondo, dodici ore di sonno dopo averne fatte ventiquattro di servizio non fossero poi così tante! Comunque, sarò lì tra una mezz’ora. - tagliò corto.
- Muovi il deretano, - intimò Stockwell con quel tono autoritario che aveva il potere di far perdere le staffe a Josh - ci sono novità! - e chiuse la conversazione, senza dar tempo all’altro di replicare.
- Eh, no. Adesso basta! - mormorò Turner con sé stesso, restando col telefono in mano - Se ha già qualche altra rogna da grattare, mi chiamo fuori! - e riappese la cornetta. Alla faccia della fretta che il sergente gli aveva messo, mise l’acqua a bollire e si preparò il caffè che aveva desiderato appena aveva aperto gli occhi.
Prese poi le chiavi della macchina, mise il collare a Flash, uscirono e, una volta arrivato alla Centrale, proprio mentre stava entrando, incontrò Tim.
- Muoviti, - gli bisbigliò - Stockwell ti aspetta da un po’.
- Che aria tira? - chiese Josh.
- C’è un incaricato dell’Ufficio del Procuratore che ...
- Brutta cosa! - commentò Turner, con un’espressione preoccupata - Speriamo che non siano guai.
- Non direi. - lo rassicurò Farrell, con l’aria di chi la sa lunga.
In qual momento il sergente si affacciò alla porta.
- Dannazione! - urlò - Vuoi entrare o devo mandarti a prendere?
Josh non rispose, salutò Tim, che gli batté una mano su una spalla, e corse di volata nell’ufficio di Stockwell.
- Credo che tu conosca l’ispettore Stewart, l’incaricato dell’ufficio del Procuratore, vero? - chiese il sergente.
- Ho avuto il dispiacere ... - rispose Josh, senza ipocrisia; la presenza di quel tipo lo preoccupava.
- Ho saputo dal sergente, - cominciò l’ispettore, con tono impassibile - che ha concluso, proprio poche ore fa, una brillante operazione ... - prese un incartamento dal tavolo del sergente, lo sfogliò - ... Peter “Eagle” Logan: è questo il nome dell’arrestato, vero? - Josh accennò un “si” con la testa - Complimenti! - concluse Stewart, chiudendo il fascicolo e rimettendolo al suo posto.
- Ma guarda quest’idiota per cosa mi ha fatto scapicollare! - pensò Turner - Ho fatto solo quello che mi è stato ordinato di fare. - rispose poi all’ispettore, mettendosi chiaramente sulla difensiva.
- “L’Aquila” resterà in gabbia per un bel pezzo. - intervenne il sergente con enfasi. - Sei riuscito dove altri hanno fallito! - commentò, all’indirizzo di Josh.
Turner era frastornato, non ci capiva più niente: Stewart sembrava seccato di dover ammettere che Josh aveva fatto un ottimo lavoro e il sergente, il “suo” sergente, sembrava quasi sciogliersi come un gelato al sole, tessendo le lodi dell’agente e, quel che a Josh sembrava pazzesco, lo stava facendo di fronte all’incaricato del Procuratore!
- E la novità, qual è? - chiese con sospetto, sedendosi su un angolo della scrivania di Stockwell - Mi mandate in vacanza in uno dei soliti posti? Per quanto, stavolta?
- Turner ... - lo richiamò il sergente - ... giù dal mio tavolo.
Josh non rispose, ma alzò le mani in un gesto significativo e si sedette su una sedia.
- Prima che diciate qualsiasi cosa, - li anticipò - non ho più intenzione di svolgere altri incarichi come questo, chiaro? - sentenziò quindi, con il tono di chi non ammetteva repliche.
- Può stare tranquillo, - rispose Stewart - la sua permanenza qui è finita.
- Cioè? - domandò ancora Josh bruscamente, sentendo per un attimo un brivido gelato lungo la schiena - Mi buttate fuori per quell’inchiesta?
- No, quell’inchiesta è stata, come dire, ... “chiusa”. Riesco a spiegarmi? - rispose Stockwell, alzando le sopracciglia e guardando bene Josh negli occhi.
- Ritorna alla sua Sezione. - concluse Stewart, consegnandogli un foglio dove, oltre al proscioglimento dai reati contestatigli, era ben chiaro il suo rientro alla “Stradale” - E questo è il trasferimento per un tale ... Timothy Farrell; lo conosce? - continuò l’ispettore, porgendogli un secondo foglio.
- Non può essere! - mormorò Josh, sorpreso.
- E’ così. - confermò il sergente - E puoi portarti dietro anche quel rompiscatole del tuo collega ... anche se sarà difficile rimpiazzarvi. - aggiunse a mezza voce, come se stesse parlando fra sé e sé.
- Com’è possibile? Di solito non ho il privilegio di vedere realizzati questi miracoli. - chiese allora Turner a Stewart - Fino a ieri sembrava che “quelli” volessero solo la mia testa ...
- Questo non la riguarda, - lo interruppe l’ispettore, rivolgendo una significativa occhiata al sergente - diciamo che, stavolta, anche lei ha avuto un santo in Paradiso. - Poi gli porse la mano - Buon lavoro!
- Farò del mio meglio! - rispose Josh all’augurio, stringendogli la mano e rivolgendo un muto ringraziamento al sergente. Stockwell, allora, gli mise sulla scrivania il tesserino e la pistola. In quel momento entrò uno dei tanti agenti della Centrale.
- Ehi, sergente! - chiamò, calamitando l’attenzione di tutti - Ci sono quei colleghi che ieri hanno avuto guai con quel teppista ...
- Ah, si. - interruppe Stockwell - Falli entrare. Cosa sarebbe successo? - chiese, una volta che furono entrati. Turner si voltò verso di loro.
- Ehi! - esclamò uno, indicando Josh - E’ lui!
- Si, è proprio lui! - confermò l’altro - Accidenti, ora ricordo : è uno dei nostri!
Stewart e il sergente osservarono stupiti la scena che si stava svolgendo davanti ai loro occhi. Anche Turner osservò più attentamente gli agenti che aveva di fronte, ricordandosi immediatamente in che occasione li aveva incontrati: erano quelli a cui aveva rotto il parabrezza dell’auto!
- Se con me ha finito, sergente, andrei via! - disse alzandosi, sentendo odore di guai, e guadagnando la porta.
- Eh, no, amico! - intervenne uno degli agenti, sbarrandogli il passo - Non credi che dovremmo fare un po’ di conti?
Josh lo guardò bene; era decisamente troppo grosso per cercare di uscire con la forza. Fece dietro front e tornò a sedersi.
- Dannazione! - urlò Stockwell infuriato, rivolto alla coppia di poliziotti, e lasciando di stucco anche Stewart - Volete spiegarmi, una volta per tutte, che diavolo vi ha combinato questo pidocchio ...
- Piattola, prego. - corresse Turner, rammentandogli l’appellativo con cui Logan lo aveva chiamato di fronte a tutti, poi riprese dal tavolo i suoi effetti personali. Stockwell non commentò.
I due si scambiarono un’occhiata : il giorno che lo avevano incontrato non aveva esattamente l’aria di essere un poliziotto. Con poche parole misero il sergente al corrente di quel che era accaduto.
- Turner! - lo chiamò quindi, con tono sottilmente beffardo.
- Sono tutt’orecchi. - rispose Josh, mentre con indifferenza giocherellava col tesserino, aspettandosi una lavata di testa di quelle memorabili.
- La spesa per la sostituzione del vetro della “loro” auto, - continuò invece Stockwell in tutta calma - sarò trattenuta dalla “tua” paga, chiaro?
- Come il sole. Ora posso andarmene? - chiese, alzandosi ed indicando la porta - Il mio cane mi sta aspettando in macchina!
- Mai far aspettare i propri simili! - commentò ironico uno degli agenti.
- Va’ all’inferno. - gli augurò Josh sottovoce, passandogli vicino, con lo stesso tono ed un sorriso - Tu, il tuo compare e la vostra maledetta auto! - poi si rivolse al sergente, serio - Farrell sa già del trasferimento?
- E’ stato il primo. - gli rispose Stockwell, adagiandosi allo schienale della poltrona con aria sorniona, prevedendo la scena che sarebbe seguita a questa sua rivelazione.
- Carogna! - commentò Josh, uscendo di corsa. Immediatamente cercò l’amico; lo sorprese mentre stava sorseggiando un’ottima tazza di caffè.
- Serpe! - gli urlò, giungendogli alle spalle, facendolo saltare e mandandogli il caffè di traverso.
- Ma sei matto? - imprecò, continuando a tossire - Hai solo cercato di fare lo scemo o volevi proprio ammazzarmi?
- Non potrei. - gli rispose l’altro, serio - Adesso, oltre ad essere il mio migliore amico, sei anche mio socio, no?
Tim non rispose, ma osservò l’aria soddisfatta di Josh.
- Spero di non crearti troppi casini. - gli disse - Sai, sono nuovo del mestiere!
- Imparerai in fretta. - replicò Turner, assumendo un’aria importante - Con un maestro come me ... - poi divenne serio all’improvviso - Sta’ tranquillo, amico, non ti lascerò fare fesserie. - poi si avvicinò alla porta.
- A domani, “socio”. - lo salutò Tim, salutandolo con il classico gesto militare.
L’indomani mattina, fermi all’ombra di un cavalcavia, osservavano il regolare scorrere del traffico sulla Statale. Nulla aveva ancora turbato il tranquillo svolgersi del turno di lavoro.
- Sono dei mostri, queste moto! - commentò Tim che, da convinto automobilista, aveva sempre guardato con timore reverenziale qualsiasi mezzo a due ruote.
- Sono fantastiche! - corresse Josh - Con loro riesco ad assaporare il gusto del muovermi in libertà; non sono fatto per stare chiuso dentro a quattro mura!
- Ne avevo avuto il vago sospetto. - ribatté l’amico - E’ da stamattina che stai su un altro pianeta.
Josh alzò allora lo sguardo verso il cielo e lo fissò a lungo. Era da tanto tempo che non riusciva più a guardare così in alto ed in quel momento gli riuscì di estraniarsi completamente dal mondo. Ora, finalmente, era di nuovo riuscito a sentirsi soddisfatto, fiero di quel che faceva e, guardandosi allo specchio, quella mattina, aveva di nuovo provato rispetto per sé stesso. Tim ruppe l’incantesimo accendendo la moto.
- Dai, muoviti! - lo esortò - C’è qualcuno che ... - ma si accorse che Josh non gli dava retta - Ehi, mi stai sentendo? Ma ... cosa diavolo c’è da guardare, lassù? - chiese, alzando anche lui lo sguardo.
- Il cielo! - rispose l’amico, estasiato. Tim lo guardò sconcertato ed allo stesso tempo incuriosito. Josh era strano, a volte. Lo fissò, ripetendogli la domanda - Si, il cielo! Questo stupendo, fantastico, meraviglioso cielo californiano. Non mi ero mai accorto di quanto fosse azzurro!

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Nel 2003 il racconto risulta Finalista al Gran Premio d’Autore, ed. maggio 2003, indetto dalla Edizioni Universum di Trento – 15° classificato
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